Hey Baby: donne, è tempo di vendicarsi degli uomini. A colpi di mitra

Scritto da: stellarossa

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Hey Baby: donne, è tempo di vendicarsi degli uomini. A colpi di mitra

Una donna cammina sola per strada. Non è tranquilla. Gli uomini che incontra non la lasciano in pace, si assembrano intorno e le rivolgono apprezzamenti, senza sosta, che vanno da "Wow, sei bellissima" e "Posso aiutarla, signorina?", a "Dai piccola, fammi un sorriso", "Voglio leccarti tutta", "Ti rivolto come un calzino" (questa è la traduzione soft della frase originale).

La donna in questione è la protagonista dello sparatutto Hey Baby, è armata, e di sentire st*****e ne ha abbastanza. Alza il mitra e comincia a fare secchi i molestatori, che si accasciano in una fontana di sangue lasciando una lapide con inscritta la frase che non dovevano permettersi di pronunciare.

C'è anche un'alternativa meno truculenta: invece che tirare il grilletto, la donna può ringraziare per il complimento e spargere in giro una nube di cuori. Ma alla fine viene voglia di sparare, sempre, perché gli uomini intorno sono troppi, non la smettono mai, e anche i complimenti diventano pesanti.

Hey Baby è stato creato da un'artista newyorchese, Suyin Looui (una donna, se dal nome non si capisse), che lo descrive così: "È un catalizzatore di dibattito... Un progetto satirico, una parodia dell'estetica visiva e del concetto di giochi come Grand Theft Auto, sul tema degli spazi pubblici sgradevoli o insicuri per le donne" (fonte Guardian).

Com'è il gioco (giocabile gratuitamente online)? In tutta onestà, fa schifo: grafica sconnessa, bug a catinelle, interesse che si esaurisce dopo una manciata di minuti e di cadaveri ammucchiati. Ma per l'appunto non è questo il nocciolo del discorso: lo scopo è quello di provocare, mostrando in forma di videogame una reazione estrema, paradossale, a un problema quotidiano comune a molte donne.

E in effetti Hey Baby ha suscitato le opinioni – e le polemiche – più disparate tra stampa e commentatori: chi lo trova un grezzo ma stimolante spunto di riflessione, chi una ingiustificabile deriva violenta, chi un espediente pubblicitario, chi un brutto gioco e basta.

In realtà, Hey Baby non vuole essere un trattato di sociologia applicata, né un titolo sofisticato paragonabile ai blockbuster per PlayStation 3. Ci sembra più che altro una versione in videogioco di quelle fantasie sanguinose, ma da cartone animato, che capitano a tutti tutti i giorni, quando ci passano davanti in coda, quando un SUV quasi ci stira sulle strisce pedonali, quando sul lavoro ci tocca subire un collega arrogante.

Alla fine, Hey Baby il suo risultato lo ha ottenuto: ha fatto parlare di sé, e ha fatto parlare direttamente o di riflesso del tema della violenza (anche solo verbale) sulle donne. Touché.

 

 

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