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Venerdì 02 Aprile 2010 15:58

Questo febbraio Subramaniam Kannayan è venuto a trovare la Comunità in Resistenza Intifada di Ponte a Elsa. Kannayan è un’attivista indiano del movimento degli agricoltori del Tamil Nadu ed ha partecipato alle proteste a Ginevra contro il WTO e a Copenhagen contro il Cop15.
È stata un’occasione per tornare a riflettere su importanti temi socio-polico-economico-amb

ientali. L’attivista indiano ci ha raccontato le conseguenze in India dei Negoziati di Libero Commercio del WTO (Doha Round), relativi al settore agricolo, negoziati che progressivamente hanno messo in pratica gli enunciati della Globalizzazione, smantellando il sistema dei Mercati Continentali (versioni su scala mondiale riconducibili in qualche modo al nostro Mercato Unico Europeo) con l'abolizione delle tasse doganali (o quanto meno la riduzione a minimi termini di queste ed allo stesso tempo un intervento analogo sui sussidi agli agricoltori, laddove questi esistevano)tra i paesi che lo stipulavano. Questo trattato permette a merci prodotte da multinazionali di paesi industrializzati di essere vendute a prezzi molto bassi in paesi in via di sviluppo. In India, per esempio, viene venduto grano proveniente dall’Australia, zucchero dal Brasile e latte dall’Europa. I contadini indiani, privi dei sussidi dello Stato e detentori di tecnologie arretrate, contrariamente alle multinazionali, si trovano obbligati a vendere i loro prodotti a prezzi molto bassi. Tutto ciò non gli permette di competere con i prodotti industriali e questo meccanismo finisce per tagliarli drammaticamente fuori dal mercato. Considerando che il 70% della popolazione indiana lavora nell’agricoltura e nel piccolo allevamento, vivendo e sostenendo le proprie famiglie solo con queste,non c’è da stupirsi se i casi di suicidio di contadini crescono vertiginosamente di anno in anno nel suo paese. La terra è un mezzo di sostentamento per coloro che la coltivano, mentre questo meccanismo insano di esportazione di prodotti a basso costo e scarsa qualità permette solo di continuare ad arricchire chi già è ricco e potente, andando anche gravemente a discapito della salute ambientale a causa dei lunghi trasporti che le merci percorrono.
Un altro argomento affrontato è stato quello degli OGM. Kannayan sostiene :<< Il controllo del seme degli agricoltori, è il controllo della vita del mondo>>. Per comprendere questa frase e quanto sia elevato l’interesse delle multinazionali alla diffusione di prodotti OGM, potrebbe bastare sapere che le grandi aziende americane pagano importanti sussidi alle università Indiane per la ricerca sugli organismi geneticamente modificati. Ma non finisce qui. Un seme manipolato in laboratorio, per le sue caratteristiche chimico-molecolari, ha bisogno di un certo tipo di fertilizzante, commercializzato solo dalle multinazionali stesse. Infine una pianta che nascerà da un seme OGM avrà semi incapaci di mettere in atto i meccanismi naturali per la propria riproduzione. Ciò costringe l’agricoltore di prodotti OGM a dover ricomprare ogni anno i semi , creando un meccanismo di dipendenza totalmente a favore delle multinazionali. Oltre agli importanti interessi economici che ruotano intorno all’uso di OGM, è infine fondamentale considerare che una scelta del genere porta alla perdita della naturale biodiversità dei semi, poichè ogni seme porta in sé la storia del luogo in cui si è evoluta la generazione di piante che lo ha prodotto. Kannayan ci ha ricordato che, se mentre prima in India esistevano oltre 100 varietà di riso, oggi ne esistono solo un 20ina.
L’attivista chiede retoricamente <<Perché se il Popolo, consumatore o produttore, manifesta la sua opposizione ai semi OGM, il Governo continua ad insistere sull’utilizzo di questi ultimi?>> In ultima istanza il nostro amico attivista ci ha permesso di riflettere sulla mancanza di senso che oggi ha l’allevamento industriale di animali a scopo alimentare. È stata una riflessione che al vertice del problema ha messo in evidenza l’immenso sperpero di beni come Terra ed Acqua, utilizzate per coltivare il cibo per il bestiame stesso o presunti biocombustibili (invece di pensare ad energia rinnovabile). L’industrializzazione della carne sta privando il mondo intero di importanti risorse naturali e in cambio fornisce altrettanto importanti prodotti inquinanti, provenienti dalle industrie di allevamento, di macellazione e di trasporti, senza parlare delle scarsa salubrità del prodotto in sé. La posizione ferma di Kannayan è che il cibo coltivato dagli uomini non può essere destinato a sfamare gli animali dei grandi allevamenti, ma deve essere usato per sfamare per gli esseri umani. La coltivazione della terra deve servire per il sostentamento della vita delle persone.
Dal nostro incontro con Subramaniam Kannayan non sono emerse solo denuncie ma anche possibilità alternative che ognuno di noi dovrebbe prendere in considerazione ed abbracciare come proprie. L’attivista insegna : <<Se la cultura del consumatore rimane questa, il sistema non cambia!>>. Dobbiamo abbandonare questo modello di capitalismo che si sviluppa promuovendo un consumo sempre più insaziabile, tanto da portare inevitabilmente alla privatizzazione di beni collettivi. Un esempio tra i più eclatanti e recenti in Italia è l’acqua, o il trasporto pubblico, l’istruzione e la sanità. Dobbiamo sostenere le attività agricole locali e boicottare i prodotti delle compagnie multinazionali, già smodatamente ricche. Il commercio dovrebbe sostenere produttori e consumatori, promuovendo un’attività di scambio diretta tra persone dello stesso territorio, mentre al momento, sotto la logica delle multinazionali, sta dissanguando entrambi. Kannayan sostiene che:
<< Lo scopo principale dell’agricoltura dovrebbe essere quello di nutrire il mondo tutto, mentre al momento nutre soltanto le grandi compagnie multinazionali>>. Dobbiamo abbandonare la convinzione che siano “le cose” a renderci felici e lavorare su noi stessi, unici esseri da cui scaturisce il nostro benessere, con cose semplici e quasi sempre non materiali.

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