Il Giorno della Memoria PDF Stampa
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Mercoledì 27 Gennaio 2010 15:21

" target="_blank">Primo Levi

Oggi è il " target="_blank">questo contributo audio.

I deportati arrivano in vagoni sigillati. Una parte delle persone muore in viaggio e arriva ad Auschwitz già pronta per i crematori. Ma la maggior parte giunge destinazione viva. I vagoni vengono aperti e il personale di servizio ebraico fa scendere i nuovi arrivati incamminandoli verso il punto di selezione.

Due dottori delle SS operano la separazione dei vari gruppi familiari a mano a mano che essi arrivano davanti a loro. Non c’è nessuna formalità: né visita medica, né identificazione personale, né registrazione.

Solo le parole sottovoce degli Haftlingen, fantasmi silenziosi, irreali, magrissimi, in divise a righe bianche e azzurre, prigionieri anch’essi, che sistemano le file dei nuovi arrivati. Sottovoce danno consigli, sussurrano professioni utili, chimico elettricista operaio specializzato, parole che hanno poco senso per i nuovi e tenetevi lontano dai vecchi dai deboli dai malati, sempre sottovoce, senza farsi vedere.

Strano riesce alle madri giovani l’invito di passare i figlioletti ai nonni prima di arrivare davanti ai selezionatori.

In fondo alla fila c’è soltanto il cenno della mano d’un ufficiale tedesco: da una parte i condannati, dall’altra i risparmiati. Da una parte gli uomini dell’età apparente di più di cinquant’anni, le donne di più di quarantacinque, i bambini sotto i quindici, le madri coi figli al collo o per mano. Dall’altra parte gli altri, gli “abili al lavoro”.

I primi vengono gassati subito dopo l’arrivo. Muoiono anonimi, senza bisogno anche solo di una firma o di un timbro, o che qualcuno spunti un numero in un elenco.

Spariscono dalla faccia della terra ariana.

La donna che passa la selezione viene condotta in una baracca dove si trovano diversi tavoli lunghi, viene fatta spogliare e poi distesa sui tavolacci, viene presa dal barbiere che le rade i capelli i peli del pube e incomincia una perquisizione all’interno della vagina e del retto, passandoci le dita con una certa abilità: cerca anelli oggetti preziosi che si crede nascosti all’interno degli orifizi, poi la fanno alzare e assieme alle altre donne, ormai tutte nude e senza peli passa alla doccia, dopo la doccia viene cosparsa di una polvere bianca acida irrespirabile. Irrespirabile. Poi al tavolo del tatuatore e riceve un numero sull’avambraccio sinistro e alcuni stracci, con l’odore degli altri prigionieri che li hanno indossati.

Nelle baracche delle donne ci ammala di tifo petecchiale. Nel campo maschile la malattia è stata quasi debellata, ma in quello femminile è sempre più virulenta. Se le condizioni sanitarie degli uomini sono terribili, quelle delle donne sono spaventose. Anche se le mestruazioni cessano quasi subito, l’impossibilità di lavarsi porta a un proliferare di malattie e infezioni molto più forti fra le donne.

Quando passano gruppi di prigioniere tornando dal lavoro la puzza che emanano è spaventosa ributtante intollerabile, niente è peggio della puzza di un gruppo di prigioniere salvo forse la puzza di una camerata femminile infestata da tifo petecchiale. Le malate e le sane sono costrette a restare chiuse all’interno della baracca finché non si ammalano tutte, muoiono tutte e morendo pongono fine all’infezione in maniera davvero efficace.

Ma fino alla morte gli escrementi acquosi delle malate colano dalle brande sovrapposte addosso alle internate che stanno sotto di loro.

Svaniamo inceneriti sommersi nelle fosse comuni, lasciati a consumarci distesi sulla terra bagnata dalla pioggia dal sangue e dalle feci.

Svaniamo, ma tornano le parole nascoste sottoterra.

Nascoste, ma non cancellate: ogni cosa nascosta è protetta e mantenuta viva proprio dal suo essere nascosta.

Auschwitz è un profondo pozzo oscuro: sporgendoti puoi vederci soltanto un buio assoluto, e posto che un debole raggio di sole possa penetrare quel nero profondo, riusciresti a vedere solo il riflesso dell’acqua stagnante.

Ma su quell’immagine incerta lievemente mossa, apparirebbe certamente il tuo volto, che scruta il buio e finisce per incontrare se stesso.

Cerchiamo Auschwitz e troviamo noi stessi.

Adattato da:
Luigi Meneghello, Promemoria, Il Mulino, 1994
Filippo Tuena, Le variazioni Reinach, Rizzoli, 2005




moria, Il Mulino, 1994 Filippo Tuena, Le variazioni Reinach, Rizzoli, 2005

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